martedì 11 gennaio 2011

Debito governativo sempre in primo piano

Saranno ancora una volta le prospettive del debito sovrano dei paesi periferici al centro dell’attenzione dei banchieri centrali dell’area Euro che si riuniranno giovedì 13 a Francoforte. Non sono, invece, attese decisioni sui tassi di interesse, che dovrebbero restare fermi all’1% per il ventesimo mese consecutivo. In particolare sarà la situazione del Portogallo ad essere analizzata con maggiore scrupolo alla luce delle tensioni che hanno circondato i titoli del debito lusitani nelle prime sedute dell’anno. Nel corso delle ultime settimane, infatti, i governativi a dieci anni portoghesi si sono avvicinati in maniera decisa, superandola in più occasioni, alla soglia critica del 7%, che ha segnato il precipitare della situazione in Grecia ed Irlanda: entrambi i paesi sono stati costretti a chiedere l’intervento coordinato di Unione Europea e Fondo monetario internazionale una volta che i loro rendimenti a lungo termine erano saliti sopra il 7%, rendendo il finanziamento del debito troppo oneroso. Lo stesso ministro delle Finanze portoghesi Texeira ha più volte evidenziato come rendimenti sopra il 7% sarebbero difficilmente sopportabili dal suo paese. Difficilmente le aste di titoli a 3 e 9 anni in calendario oggi dovrebbero essere in grado di riportare il sereno sui mercati, alla luce anche dello scarso ammontare del controvalore: tra 750 milioni e 1,25 miliardi rispetto ai 20 miliardi che gli analisti di mercato stimano dovranno essere raccolto nel 2011.
La discussione all’interno della BCE dovrebbe vertere principalmente sulla prosecuzione del programma di acquisto di bond governativi nel corso dei prossimi mesi dopo che gli interventi sul mercato da parte delle autorità monetarie di Francoforte si sono intensificati nelle ultime settimane: il controvalore dei titoli acquistati è, infatti, salito a EUR74 miliardi dagli EUR63.5 miliardi di metà novembre sulla scia delle tensioni che hanno riguardato i titoli del debito di tutti i paesi periferivi. Il calo dei titoli acquistati a EUR113 milioni nel corso della settimana sino al 10 gennaio dagli EUR164 milioni di quella precedente e dagli EUR1121 milioni dell’ultima settimana del 2010 può, però, essere considerato come un segnale della mancanza di volontà della BCE di dare maggiore forza al programma di acquisti. Che alcuni membri del Consiglio Direttivo, tra quali il presidente della Bundesbank Axel Weber, siano sempre stati scettici nei confronti del programma di acquisto di titoli governativi non è del resto mai stato un mistero. Novità di rilievo su questo programma non dovrebbero comunque emergere, così come con riferimento alle operazioni straordinarie di rifinanziamento che erano state confermate per tutto il primo trimestre di quest’anno lo scorso mese di dicembre.
Nella conferenza stampa successiva alla riunione il presidente della BCE Trichet dovrebbe richiamare i Governi ad attuare con decisione quelle misure necessarie per riportare i conti pubblici in ordine ed evitare un peggioramento della situazione sui mercati, in linea con i toni duri usati lo scorso venerdì al Congresso del CSU tedesco. Questo richiamo dovrebbe arrivare come un monito ai rappresentanti politici sul fatto che il sostegno della BCE ai paesi ed alle banche più difficoltà potrebbe ben presto diminuire.
Nel corso dei prossimi mesi, infatti, la BCE potrebbe dovere tornare a fare i conti con un incremento dell’inflazione, di cui si sono già avute le prime avvisaglie nel corso del mese di dicembre: sulla base della stima flash di Eurostat, infatti, i prezzi al consumo hanno mostrato un rialzo del 2.2% y/y nell’ultimo mese del 2010, il massimo da gennaio 2009. Per quanto l’incremento dei prezzi dovrebbe essere dipeso principalmente dal balzo delle quotazioni delle materie prime, è difficile ipotizzare che la BCE possa decidere di aumentare ulteriormente la liquidità sul mercato, alla luce anche dei segnali provenienti dall’andamento della massa monetaria M3. Il tasso di crescita della massa monetaria M3 ha, infatti, accelerato all’1.9% y/y in novembre, così come i crediti al settore privato. Solo un incremento dell’inflazione core, all’1.1% y/y in novembre, potrebbe invece allarmare la BCE.
Insomma, gli investitori che attendono dalla BCE nuovi sostegni al mercato nel breve potrebbero restare molto delusi.

martedì 14 dicembre 2010

Scelte difficili per le banche centrali europee

In Europa non è solo la BCE a vedere le proprie scelte di politica monetaria nel corso dei prossimi mesi complicate dalla crisi dei paesi periferici, che potrebbe mettere in pericolo la crescita economica dell’area Euro nel corso dei prossimi mesi. Anche le banche centrali di Svezia, Norvegia e Svizzera che si riuniranno in settimana (le prime due oggi mentre la Banca Centrale Svizzera si riunirà giovedì) si trovano ora ad affrontare una situazione complicata. Se da una parte, infatti, le loro economie stanno vivendo un momento positivo che richiederebbe un’ulteriore rimozione dello stimolo fiscale che era stato deciso nel corso dei momenti peggiori della crisi del 2008/2009, dall’altra le incertezze che riguardano lo scenario economico internazionale, ed in particolare quello dell’area Euro, rendono difficile prendere una decisione in tal senso. Le economie di questi paesi, infatti, sono molto orientate verso le esportazioni, che rappresentato più del 40% del Pil nel caso della Norvegia e più del 50% per Svezia e Svizzera. Inoltre, con Fed, BCE e Bank of England che non dovrebbero alzare i tassi ancora per diversi mesi, un rialzo dei tassi potrebbe avere l’effetto di rafforzare ulteriormente le valute di questi paesi, che si sono già notevolmente apprezzate nel corso del 2010.
Nonostante tutte le incertezze, un ulteriore rialzo dei tassi sembra essere molto probabile in Svezia già da oggi, mentre in Norvegia e Svizzera, dove i tassi sono ampiamente attesi restare invariati, saranno soprattutto le dichiarazioni rilasciate al termine delle riunioni da analizzare con attenzione.
La Banca Centrale Svedese (Riksbank) al termine della riunione di politica monetaria di ottobre ha aumentato i tassi di 25bp per la terza volta dallo scorso mese di luglio portandoli all’1%. Nel corso delle ultime settimane i dati economici pubblicati in Svezia sono stati generalmente molto forti, con il PIL cresciuto del 2,1% q/q in Q3 '10, nonostante qualche segnale di allerta giunto dall’andamento degli indici di fiducia di imprese e consumatori, aumentando le possibilità che la Riksbank possa alzare ulteriormente i tassi di 25bp al termine della riunione di politica monetaria di oggi. Non a caso ben 17 dei 22 economisti raccolti nel consensus di Bloomberg si attendono un rialzo di 25bp oggi nonostante l’inflazione sia sotto l’obiettivo del 2% e due membri del comitato esecutivo abbiano votato contro anche il rialzo di ottobre. A spingere la Banca centrale ad alzare i tassi dovrebbe essere soprattutto la dinamica del mercato immobiliare, con i prezzi delle case saliti negli ultimi 18 mesi, raggiungendo una variazione annualizzata del 5% nei tre mesi sino ad ottobre.
Da valutare saranno anche le previsioni della Riksbank sull’andamento dei tassi nel corso dei prossimi trimestri. In ottobre la Banca centrale aveva stimato che i tassi potrebbero salire sino al 2% entro la fine del 2011: una modifica di tale previsione potrebbe rivelarsi più significativa per gli investitori della stessa decisione sull’andamento dei tassi.
Nonostante il mercato immobiliare sia una fonte di preoccupazione anche per la Banca Centrale Norvegese (Norges Bank), con i prezzi delle case saliti del 6.2% y/y in ottobre, un rialzo dei tassi non è atteso almeno sino alla fine del primo trimestre del prossimo anno, in linea con quanto detto dalla Banca lo scorso mese di ottobre. I dati economici pubblicati nelle ultime settimane non dovrebbero avere cambiato la visione della Norges Bank sulle prospettive economiche. Tuttavia la necessità di rallentare la crescita del mercato immobiliare, dei crediti al settore privato e dei consumi privati potrebbero spingere la Norges bank, secondo Frank Jullum di Fokus Bank, ad alzare i tassi nel 2011 nel più di quanto previsto dalla stessa banca centrale (tassi al 2.5% a dicembre 2011).
Non è, invece, imminente una rimozione della politica monetaria espansiva da parte della Banca centrale Svizzera. La Banca, infatti, al termine della riunione di politica monetaria di giovedì dovrebbe lasciare la fascia obiettivo per il Libor a 3 mesi invariata a 0,0-0,75% con l'intenzione di mantenere il Libor attorno allo 0,25%. A preoccupare la BNS dovrebbero essere sia le prospettive economiche sia l'andamento dei prezzi al consumo, pericolosamente vicino allo 0%, a causa del rialzo del Franco Svizzero. Con la valuta quasi invariata rispetto all’Euro da settembre, la BNS dovrebbe confermare le sue preoccupazioni indicando che "prenderà le misure necessarie per assicurare la stabilità dei prezzi" nel caso di "una nuova minaccia di deflazione", aumentando la possibilità di interventi sul mercato valutario nei prossimi mesi.

giovedì 11 novembre 2010

Quanto preoccupa l’inflazione cinese

Se la Fed ha ampliato a inizio mese la propria politica monetaria espansiva per contrastare i timori di un’entrata in deflazione, la Cina potrebbe ben presto dovere intensificare i propri sforzi per combattere il pericolo opposto: una crescita troppo accentuata dell’inflazione. I dati relativi al mese di ottobre pubblicati ieri hanno, infatti, evidenziato come i prezzi al consumo siano saliti del 4.4% y/y, contro il 4% atteso dal consensus e il 3.6% del mese di settembre, mentre i prezzi alla produzione sono addirittura balzati del 5% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, contro il 4.3% y/y del mese precedente ed il 4.5% y/y delle attese.
Tali dati hanno aumentato le possibilità che la politica monetaria della Banca Popolare Cinese possa farsi ancora più restrittiva nei prossimi mesi, anche se l’inflazione è attesa scendere nel 2011 sulla scia del rallentamento della crescita economica. In particolare i rialzi dei tassi nel 2011 potrebbero essere più dei due che il consensus si aspettava dopo l’annuncio della Banca Popolare Cinese dello scorso 19 ottobre del rialzo sia dei tassi sui depositi (dal 2.25% al 2.5%) sia di quelli sui prestiti a un anno (dal 5.31% al 5.56%). Ad esempio il tasso swap sui titoli a due anni sconta un rialzo dei tassi di 100 punti base nel corso del 2011, sulla base dei calcoli dell’analista di Deutsche Bank Liu Linan. Un'altra alternativa a disposizione delle autorità monetarie cinesi è aumentare la percentuale di riserve da tenere presso la Banca Centrale, in linea con quanto già deciso nel corso della settimana: a partire dal 16 novembre, infatti, queste aumenteranno di 50 punti base, in una mossa che dovrebbe permettere di ritirare dal mercato circa 300 miliardi di Yuan. Infine, un’ultima azione che potrebbe essere decisa dalle autorità di Pechino è permettere un apprezzamento più rapido dello Yuan, dopo che la valuta cinese ha guadagnato il 2.8% contro il Dollaro statunitense a partire dallo scorso mese di giugno. Tale eventualità non è ignorata dai mercati, anche se il progresso del 3.2% atteso dai trader nei tassi forward non sembra essere in grado di avere un impatto sull’andamento dell’inflazione interna cinese.
Tuttavia, la decisione di alzare i tassi in maniera marcata non dovrebbe essere presa a cuor leggero dalle autorità cinesi. In primo luogo perché questa potrebbe aumentare i flussi di capitale speculativi in entrata nel paese, anche se l’annuncio in settimana di una serie di misure per raffreddarli potrebbe contribuire a contenere i pericoli che deriverebbero da un eccesso d’investimenti stranieri nel paese. In secondo luogo perché potrebbe avere un effetto molto negativo sul settore immobiliare, su cui si teme la presenza di una bolla speculativa e che nei prossimi mesi potrebbe già dovere subire le conseguenze di una minore crescita dei crediti per comprare casa se il Governo cinese dovesse confermare, come appare certo al momento attuale, gli obiettivi che erano stati fissati ad inizio anno in termini di crescita totale dei crediti nel 2010.
L’orientamento della politica monetaria dipenderà dall’andamento dei prezzi delle commodities nei prossimi mesi, alla luce della stretta correlazione tra la crescita dell’inflazione cinese e delle materie prime.
Si capisce, in questo modo, l’astio delle autorità cinesi nei confronti della decisione della Fed di incrementare la propria politica espansiva. La causa del rialzo di oltre il 20% registrato dalle quotazioni delle commodities a partire dallo scorso mese di agosto è stata, infatti, attribuita dagli esperti di mercato alle attese, dimostratesi poi corrette, per un incremento della politica monetaria espansiva da parte della Fed. Questa, infatti, ha sia aumentato la liquidità sui mercati sia indebolito il Dollaro, valuta in cui le commodities sono quotate sui mercati.
In tal senso, però, la risposta migliore alla Cina l’ha data il Governatore della Bank of England Mervyn King durante la conferenza stampa a margine della pubblicazione dell’inflation report lo scorso mercoledì 10. Interrogato sulla questione, King ha evidenziato come la scelta di ancorare la propria valuta al Dollaro sia una libera scelta da parte di un paese, che deve perciò essere pronto a subirne le conseguenze. L’alternativa sarebbe permettere un regime di tassi cambi variabili.
In questo scenario, quindi, le politiche monetarie e gli interessi delle due maggiori economie mondiali dovrebbero essere sempre più divergenti nei mesi a venire.

mercoledì 10 novembre 2010

La Bank of England allontana (ma non cancella) un incremento del quantitative easing

La pubblicazione dell’inflation report trimestrale della Bank of England e la seguente conferenza stampa del Governatore Mervyn King sono gli appuntamenti chiave per capire le prospettive della politica monetaria nel Regno Unito nel corso dei mesi successivi. Per questo motivo i mercati attendevano la pubblicazione del report prevista ieri con grande trepidazione, in particolare dopo che le minute della riunione dello scorso mese di ottobre avevano evidenziato come la BoE fosse divisa in tre fazioni (situazione che dovrebbe essere confermata dalle minute della riunione di novembre che saranno pubblicate mercoledì 17): la maggioranza del Comitato di politica monetaria che ha votato per mantenere invariati sia i tassi allo 0.5% sia il programma di quantitative easing a GBP200bn, un membro, Andrew Sentance, che avrebbe preferito alzare i tassi di 25 punti base e un altro membro, Adam Posen, che aveva votato di aumentare il programma di quantitative easing di GBP50bn.
La risposta che i mercati sembrano avere tratto dagli appuntamenti di ieri è chiara: un incremento del programma di quantitative easing da parte della BoE non è imminente nonostante la Fed abbia deciso di ampliare il proprio stimolo monetario a inizio novembre. Non si spiegherebbe altrimenti il contemporaneo rialzo di Sterlina e tassi a lungo termine nelle fasi seguenti la conferenza stampa di King.
Ad allontanare le ipotesi di un ulteriore stimolo monetario nel breve è stata la revisione delle proiezioni sull’andamento dei prezzi al consumo nel corso dei prossimi mesi da parte della Bank of England. Queste, infatti, sono state riviste al rialzo rispetto allo scorso mese di agosto, con l’inflazione che dovrebbe rimanere ben sopra l’obiettivo del 2% sino alla fine del 2011. Solo dopo l’inflazione dovrebbe scendere sotto il 2% a causa della capacità inutilizzata presente nel sistema. Lo scenario dell’inflazione appare, però, quanto mai incerto a detta della stessa Banca Centrale. Per quanto molti dei fattori che dovrebbero sostenere l’inflazione nei prossimi mesi siano temporanei (rialzo dell’IVA, dei prezzi energetici e la debolezza della Sterlina), questi potrebbero aumentare le aspettative sull’andamento dei prezzi al consumo nel medio periodo, rendendo l’inflazione più resistente di quanto anticipato dalle autorità monetarie britanniche.
Del resto, con l’inflazione attesa ben sopra il livello obiettivo del 2% e un tasso di crescita che è stimato rimanere robusto nel corso dei prossimi trimestri, un incremento della politica monetaria espansiva da parte della BoE sembrerebbe difficilmente giustificabile adesso. Le nuove proiezioni della Bank of England, infatti, vedono la crescita continuare ad un ritmo medio del 3% annuo per tutto il periodo di previsione. L’effetto negativo dovuto alla politica fiscale restrittiva che sarà adottata a partire dal 2011 sembra, quindi, essere considerato limitato, contrariamente a quanto detto dal Fondo monetario internazionale il giorno prima.
Per questo motivo la Bank of England dovrebbe confermare un atteggiamento attendista almeno sino alla pubblicazione del prossimo inflation report, prevista nel mese di febbraio, considerando che anche un incremento dei tassi a causa delle pressioni inflazionistiche elevate appare improbabile per tutte le incertezze sulle prospettive dell’economia. Solo allora, sulla base dell’andamento dei dati economici che saranno pubblicati nelle prossime settimane, le autorità monetarie britanniche potrebbero dare una direzione più netta al proprio orientamento. Lo stesso King, infatti, ha confermato come l’analisi dei singoli dati che saranno nelle prossime settimane sarà quanto mai importante per capire quale indirizzo prenderà la politica monetaria.
Tuttavia, più che i singoli dati economici potrebbe essere l’andamento della Sterlina a determinare l’andamento della politica monetaria nel corso dei prossimi trimestri. Nella conferenza stampa, infatti, King ha evidenziato come un riequilibrio nei conti con l’estero tramite un incremento delle esportazioni ed una crescita più moderata dei consumi sia fondamentale per assistere ad una crescita più equilibrata negli anni a venire. Allo stesso tempo, King ha anche evidenziato come un rallentamento delle altre maggiori economie internazionali sia il rischio maggiore per le prospettive di crescita britanniche. In questo scenario, e con il calo della Sterlina nel corso degli ultimi anni che ha avuto un effetto inferiore alle attese sull’andamento delle esportazioni, ogni incremento della valuta sarebbe guardato con preoccupazione dalla Bank of England.
Insomma, King che, fu il primo a propugnare un calo della valuta per migliorare la crescita economica, non ha ancora cambiato idea: puntare su un rialzo della Sterlina nei prossimi mesi potrebbe, quindi, essere quanto mai arrischiato.

martedì 2 novembre 2010

La Fed inizia un nuovo quantitative easing

Il FOMC è ampiamente atteso annunciare un nuovo ciclo di allentamento quantitativo (QE2) al termine della riunione di politica monetaria di oggi e domani, come indicato dal presidente della Fed Bernanke e da altri membri del comitato di politica monetaria nelle ultime settimane. Molte, però, sono le incertezze per quanto riguarda le dimensioni del programma. È molto improbabile che il nuovo programma superi la dimensione di QE1 (USD1.7trn), con una possibilità concreta che la Fed possa decidere di adottare misure graduali secondo gli sviluppi economici. Una chiara possibilità è che la Fed possa annunciare l'acquisto di titoli di Stato a lungo termine per un controvalore di USD300/500bn nei prossimi sei mesi. Nel comunicato che sarà pubblicato al termine della riunione, il FOMC dovrebbe confermare che "le misure dell'inflazione sono attualmente a livelli di poco inferiori a quelli che i membri del comitato ritiene coerenti con il suo mandato di promuovere la massima occupazione e la stabilità dei prezzi "e che il tasso sui Fed Fund è destinato a rimanere su livelli eccezionalmente bassi per un" lungo periodo ".

venerdì 15 ottobre 2010

La Banca Centrale Canadese ferma il rialzo dei tassi

Il rallentamento della crescita economica statunitense nel corso dell’estate, con i timori di un double dip dell’economia che hanno portato la Fed a programmare un nuovo programma di allentamento quantitativo probabilmente già a partire dal mese di novembre, sta iniziando a farsi sentire anche sulle decisioni delle altre banche centrali. Un primo esempio in tal senso è stata la decisione dello scorso 5 ottobre della Banca centrale giapponese di abbassare i tassi dallo 0.1% ad un target compreso tra lo 0 e lo 0.1% e di acquistare asset sul mercato, compresi ETF e fondi immobiliari, per un controvalore di 5 mila miliardi di Yen. Ma un esempio più lampante dell’effetto del rallentamento economico statunitense e della nuova politica della Fed si avrà la prossima settimana con la riunione della Banca centrale Canadese. Le autorità monetarie canadesi, infatti, sono ampiamente attese lasciare i tassi invariati all’1% al termine della riunione di martedì 19 (nessun economista nel consensus di Bloomberg stima una variazione dei tassi di interesse), interrompendo la fase di riduzione dello stimolo monetario che era iniziata lo scorso giugno e che aveva finora visto tre rialzi consecutivi dei tassi dello 0.25%.
Nel corso del comunicato pubblicato lo scorso 8 settembre dopo la decisione di alzare i tassi dallo 0.75% all’1%, la Bank of Canada aveva, infatti, evidenziato come ogni ulteriore riduzione dello stimolo monetario avrebbe dovuto essere considerata attentamente alla luce delle straordinarie incertezze che circondano lo scenario economico. L’interruzione della fase di rialzo dei tassi appare, quindi, del tutto giustificata alla luce non solo del rallentamento statunitense ma anche dei segnali di incertezza provenienti dall’economia canadese. Gli ultimi dati economici pubblicati hanno, infatti, evidenziato come le vendite al dettaglio siano scese nel corso del mese di luglio dello 0.1% m/m, favorendo una contrazione del Pil mensile sempre dello 0.1% m/m, i permessi per costruzione siano scesi del 9.2% m/m in Agosto e come l’occupazione sia inaspettatamente diminuita di oltre sei mila unità in settembre. Inoltre, gli ultimi dati sui prezzi al consumo relativi al mese di agosto (quelli di settembre saranno pubblicati la prossima settimana e non sono attesi evidenziare particolari novità) hanno sottolineato come le pressioni inflazionistiche siano molto contenute, con il CPI che, all’1.7% y/y, rimane ben al di sotto dell’obiettivo della Banca di un’inflazione al 2%.
Ma il principale motivo dietro la decisione di mantenere i tassi fermi potrebbe essere quello di non volere vedere il Dollaro canadese continuare a rafforzarsi in maniera sostenuta nei confronti del Biglietto verde. Gli Stati Uniti, infatti, rappresentano circa il 75% delle esportazioni canadesi e un nuovo rafforzamento del Dollaro canadese nei confronti della valuta statunitense potrebbe essere un duro colpo per le società esportatrici. Nel corso del 2010, infatti, il Loonie (nome con cui è comunemente chiamato il Dollaro canadese) è già avanzato di quasi il 5% contro il Dollaro statunitense e si trova ora a ridosso dei minimi dell’anno. Un ulteriore rialzo dei tassi, infatti, avrebbe molto probabilmente la conseguenza di spingere al rialzo il Dollaro canadese poiché gli renderebbe il differenziale sui tassi di interesse sempre più favorevole: con tassi all’1.25%, infatti, solo Australia, Nuova Zelanda e Norvegia all’interno dei paesi maggiori avrebbero tassi di interesse maggiori. Nelle operazioni di carry trade, quindi, il Loonie rischierebbe di diventare una valuta da acquistare, contribuendo a spingerla ulteriormente al rialzo.
Per questi motivi, quindi, la Banca centrale Canadese potrebbe decidere di mantenere i tassi fermi non solo nel corso della riunione della prossima settimana, ma anche in quella del 7 dicembre e del 18 gennaio. Salvo il caso di una forte contrazione dell’economia, la fase di normalizzazione dei tassi di interesse potrebbe ricominciare a partire dal mese di marzo, considerando che il rialzo dei prezzi delle commodities dovrebbe sostenere l’attività economica canadese nei prossimi mesi. Ad esempio, gli economisti della Royal Bank of Canada stimano che i tassi saranno alzati al 2.25% per la fine del 2011. Con queste premesse le prospettive del Dollaro canadese sembrano restare positive in un’ottica di medio periodo.

venerdì 1 ottobre 2010

Banca Centrale Australiana pronta ad un rialzo dei tassi

La Banca Centrale Australiana si smarca dalle altre principali banche centrali. Se, infatti, tutte le maggiori banche centrali internazionali hanno iniziato a valutare nel corso delle ultime settimane l’eventualità di intervenire nuovamente a sostegno delle proprie economie in senso espansivo, la Reserve Bank of Australia è chiamata a decidere nel corso della riunione che si terrà il prossimo martedì 5 ottobre se alzare nuovamente i tassi di interesse, portandoli dal 4.5% al 4.75%, o lasciarli invariati per il quinto mese consecutivo. Per la RBA si tratterebbe del settimo rialzo dei tassi a partire dallo scorso mese di ottobre, quando è iniziata la fase di rimozione della politica monetaria espansiva.
Ad alimentare le aspettative di un rialzo dei tassi sono state prima le dichiarazioni del Governatore Glenn Stevens e poi le minute della riunione dello scorso mesi di settembre. In particolare queste ultime hanno evidenziato come il momento molto favorevole delle economie asiatiche stia favorendo una forte crescita dell’economia australiana grazie al boom degli investimenti nel settore minerario, i cui effetti positivi si estenderanno al resto dell’economia. La RBA stima, quindi, un’accelerazione della crescita economica nel 2011, dopo che già i dati del 2010 si stanno rivelando migliori delle attese. La crescita del Pil nel secondo trimestre sì è, ad esempio, assestata all’1.2% q/q ed al 3.3% y/y, il numero degli occupati è salito di 30 mila unità nel mese di agosto, con il tasso di disoccupazione in calo dal 5.3% al 5.1% e anche il numero di prestiti concessi per l’acquisto di case è tornato a salire in agosto.
Gli ultimi dati sulla bilancia commerciale pubblicati in settembre hanno evidenziato come il surplus di bilancia commerciale si mantenga a ridosso dei massimi storici grazie, prevalentemente, alle esportazioni di materie prime nei paesi asiatici (le esportazioni verso la Cina rappresentano il 25% delle esportazioni totali).
L’elevato utilizzo della capacità produttiva, inoltre, potrebbe incrementare le pressioni al rialzo sui prezzi mettendo in pericolo il raggiungimento dell’obiettivo della banca Centrale Australiana di un’inflazione compresa tra il 2 ed il 3%. Per questo motivo, hanno concluso le minute della riunione di settembre “qualora i rischi derivanti dal rallentamento dell’economia statunitense e dai suoi effetti su quella asiatica dovessero essere contenuti, un livello più alto dei tassi di interesse sarebbe necessario per contenere le pressioni inflazionistiche”. Il cambiamento di tono della RBA nelle ultime settimana si è fatto sentire sulle quotazioni del Dollaro Australiano, che nel corso delle ultime sedute si è portato ai massimi storici sia contro l’Euro sia contro il Dollaro ed è avanzato anche nei confronti dello Yen giapponese. Infatti, molti investitori che durante l’estate avevano iniziato a scontare le possibilità che la RBA avrebbe potuto iniziare una fase di ribasso dei tassi entro la fine hanno dovuto rivedere tale aspettativa e prendere coscienza che il differenziale sui tassi di interesse diventerà ancora più favorevole alla valuta australiana nei prossimi mesi.
Un rialzo dei tassi di 25 bp è ampiamente scontato dal mercato, con 13 su 21 economisti interpellati da Bloomberg che prevedono un rialzo nel corso della riunione di settimana prossima. Gli economisti di Barclays si spingono addirittura a stimare due interventi restrittivi entro la fine dell’anno: la loro tesi è che l’enorme liquidità in circolazione sui mercati finanziari possa spingere al rialzo i prezzi delle commodities, amplificando il trend positivo dell’economia australiana.
Tuttavia, un rialzo dei tassi nel corso della prossima settimana non è assolutamente certo. Ad esempio Adam Carr, economista di ICAP Australia, ha evidenziato come le minute non abbiano evidenziato alcuna urgenza per la RBA nell’alzare i tassi. Il forte calo dei permessi per costruzione nel mese di agosto (-4.7% m/m) dovrebbe ridurre le possibilità di assistere ad un rialzo dei tassi già nel corso della riunione della prossima settimana. Non a caso, sulla base dei calcoli di Bloomberg, i tassi di mercato scontavano ieri un rialzo dei tassi di 25bp nel corso della prossima settimana con il 48% di possibilità contro il 56% del giorno prima. Un’opzione per la RBA potrebbe essere quella di aspettare la pubblicazione dei dati sull’inflazione, che in Australia sono diffusi su base trimestrale, il prossimo 27 ottobre per valutare l’entità delle pressioni inflazionistiche. Ad ogni modo, qualora la crescita economica cinese dovesse continuare a buon ritmo nei prossimi mesi, favorendo un rialzo dei prezzi delle commodities, tassi più alti in Australia sembrano inevitabili.