venerdì 1 dicembre 2017

L'ISM manifatturiero rimane forte ma indica cautela per lo S&P500


L’indice di fiducia ISM manifatturiero è sceso in novembre leggermente più delle attese: da 58.7 a 58.2, contro attese di consensus a 58.4. Per l’indice si tratta del secondo calo consecutivo dopo avere toccato il massimo degli ultimi 13 anni in settembre a 60.8. Tuttavia gli altri sotto-indici hanno registrato un miglioramento. L’indice sui nuovi ordini è salito da 63.4 a 64, anticipando un rimbalzo dell’indice generale il prossimo mese, l’indice sulla produzione da 61.0 a 63.9 e quello sull’occupazione è rimasto praticamente stabile 59.7.

mercoledì 15 marzo 2017

L'equilibrismo della Fed

La riunione della Fed in calendario il 15 marzo avrà un esito scontato secondo le attese di mercato. I futures sui Fed Fund assegnano possibilità del 100% ad un rialzo dei tassi di 25 punti allo 0,75/1%. È uno scenario decisamente mutato rispetto a quanto previsto dagli investitori a inizio anno, quando il primo rialzo dei tassi del 2017 era atteso non prima di giugno.



Con i dati pubblicati nelle ultime settimane che hanno evidenziato un ulteriore miglioramento dello scenario economico e un rialzo delle pressioni inflazionistiche, per la Fed non c’è alcuna ragione per rimandare una normalizzazione dei tassi d’interesse, come evidenziato dalla stessa Yellen nel suo intervento di venerdì 3 marzo al club dei CEO di Chicago. Ad esempio, tra i dati che più hanno confortato sulle prospettive dell’economia è da segnalare il balzo dell’indice ISM manifatturiero, salito in febbraio da 56 a 57,7, un valore in linea con una crescita del Pil del 4,5%. Il rapporto sul mercato del lavoro di febbraio pubblicato venerdì ha confermato come questo rimanga solido, con 235 mila nuovi posti di lavoro creati, il tasso di disoccupazione al 4,7% e la crescita dei salari orari al 2,8% anno su anno.

mercoledì 1 febbraio 2017

Gli emergenti cavalcano l’onda dello S&P500

I principali mercati azionari mondiali hanno cominciato il nuovo anno così come avevano terminato il 2016: all’insegna del rialzo. A guidare le borse sono stati ancora una volta gli indici statunitensi, che sono andati a registrare in settimana i nuovi massimi storici. Inoltre, il Dow Jones Industrial ha superato per la prima volta la soglia dei 20 mila punti, livello che ha richiamato l’attenzione di tutti i media e potrebbe ulteriormente aumentare l’interesse verso Wall Street.
Le prospettive del principale mercato azionario mondiale continuano ad essere positive. A favorire le attese per una prosecuzione del trend al rialzo è il buono stato di salute dell’economia.


sabato 25 giugno 2016

E ora la BCE deve tenere basso l’Euro

Ora che il Brexit è diventato realtà, diversi sono i fattori d’incertezza per l’economia dell’area Euro. Un crollo delle esportazioni verso UK qualora i futuri negozianti per l’uscita dall’Unione Europea del paese dovessero durare a lungo e chiudersi con una soluzione sfavorevole al commercio potrebbe avere un impatto negativo sulle economie dell’area Euro ma non tale da mandarle in recessione da solo l’area Euro. UK rappresenta circa il 7% del totale delle esportazioni dei principali paesi dell’area Euro.

sabato 18 giugno 2016

Rischi in crescita per l’economia USA


La decisione della Fed i mantenere i tassi invariati alla fine della riunione del 15 giugno era ampiamente attesa dagli investitori alla luce del debole andamento del mercato del lavoro in maggio e dei rischi sull’economia mondiale legati al Brexit. Più sorprendente sono state le nuove proiezioni dei membri della Fed sull’andamento dei tassi nel corso dei prossimi trimestri. In linea con quanto era previsto in marzo la stima di consensus dei membri della Fed è di due rialzi di 25 punti base dei tassi sui Fed Fund nel 2016. Il numero di esponenti della Fed che si aspetta solo un rialzo nell’anno in corso è, però, salito a sei. La stima di consensus per fine 2017 è stata rivista al ribasso dal 2% all’1,65% e quella per il 2018 dal 3% a 2,375 %. La Fed ha inoltre rivisto al ribasso la stima del tasso di equilibrio di lungo periodo al 3,15%, dal 4% di tre anni fa era a 4%.
Infine, i banchieri centrali statunitensi hanno anche rivisto al ribasso la stima sulla crescita del Pil nel 2016 dal 2,2% al 2%.

lunedì 15 ottobre 2012

Reuters: Spagna pronta a chiedere aiuto all’Unione Europea

Dopo un inizio di settimana senza grossi spunti, le borse europee hanno accelerato in mattinata andando a registrare progressi tra lo 0,6% e l’1%. A dare slancio ai mercati azionari è stata la notizia riportata da Reuters secondo cui la Spagna potrebbe chiedere un aiuto all’Unione Europea in novembre. A comunicarlo all’agenzia di rating sarebbe stato un esponente della Commissione Europea coinvolto nelle trattative. La decisione della Spagna farebbe seguito alle pressioni di molti governi europei – ma non della Germania che al contrario vorrebbe che il paese aspettasse ancora – affinché Madrid si rivolga all’UE facendo scattare anche il piano di acquisti sul mercato secondario da parte della BCE.

martedì 9 ottobre 2012

Occhi puntati sulla Spagna

Un estratto dal nostro report settimanale "Top Down Outlook". Per una prova di un mese sottoscrivi qui: Top Down Outlook
 
Se e quando la Spagna farà una richiesta formale di aiuto all’Unione Europea, accettando le condizioni che questa esigerà per dare l’accesso alle risorse dell’ESM, è in questo momento la maggiore incertezza all’interno dell’area Euro. Dalla decisione della Spagna dipenderanno anche gli interventi sul mercato obbligazionario della BCE. Nel corso della conferenza stampa di giovedì 4 ottobre Draghi, infatti, ha ribadito che la Banca Centrale è pronta ad intervenire sul mercato secondario e che ora dipende dalla Spagna decidere di attivare l’intera procedura. Allo stesso tempo, però, negli ultimi giorni sia il primo ministro Mariano Rajoy sia il ministro delle finanze Luis de Guindos hanno detto che una richiesta di intervento non è imminente e che questa dipenderà dalle condizioni che saranno imposte al paese.
L’attenzione degli investitori sarà ora focalizzata sulle riunioni dell’Eurogruppo di lunedì 8 e sul summit dei leader dell’Unione Europea del 18/19 ottobre. Difficilmente, però, il Governo spagnolo dovrebbe fare una richiesta prima delle elezioni regionali che si terranno il prossimo 21 ottobre in Galizia e nei paesi Baschi e il prossimo 21 novembre in Catalogna. Dal punto di vista dell’immagine, infatti, questa sarebbe una grave sconfitta per Rajoy che aveva vinto le elezioni lo scorso novembre dicendo che non ci sarebbe stato bisogno di chiedere aiuto all’Unione Europa. Non è, quindi, da escludere che il Governo spagnolo rinvii ogni decisione in tal senso fino all’inizio del 2013. Del resto, le dichiarazioni del ministro delle Finanze tedesche Schauble, secondo cui la Spagna non dovrebbe chiedere aiuto adesso, e i timori che la Finlandia possa porre condizioni molto pesanti, in particolare con riferimento ai collaterali da offrire per avere accesso ai finanziamenti, sono per il momento un valido deterrente a rivolgersi all’Unione Europea nonostante le indiscrezioni che Francia e Italia stiano spingendo il paese in questa direzione.
Tuttavia nell’ultima settimana si sono avuti segnali che i mercati stanno diventando nervosi sulla situazione in Spagna. L’esempio più lampante è stato il rialzo dei rendimenti dei titoli a 3 anni nel corso dell’asta di giovedì 4. I rendimenti sono saliti dal 3,84% dell’asta di settembre al 3,95%, mentre i rendimenti dei titoli a 5 e 2 anni sono scesi solo perché l’asta precedente era stata tenuta prima dell’annuncio del piano della BCE. Il tesoro spagnolo, inoltre, è riuscito solo a sfiorare l’obiettivo massimo di titoli collocati, 3,99 miliardi contro 4 miliardi, mentre nelle aste tenute in settembre l’obiettivo massimo era sempre stato agevolmente superato. Segnali di come l’ottimismo seguente l’annuncio del piano della BCE si stia smorzando e come gli investitori siano in attese delle prossime mosse di Madrid. 
Nelle prossime settimane, i rendimenti potrebbero restare in una sorte di limbo attorno agli attuali livelli: un nuovo rialzo dovrebbe essere scongiurato per le attese che la Spagna possa chiedere aiuto all’Unione Europea, facendo scattare l’intervento della BCE, mentre un’ulteriore discesa sembra poco probabile fino a quando tale richiesta non sia effettivamente fatta. 
Molti dubbi iniziano a emergere anche sul processo di aggiustamento dei conti pubblici annunciato dal governo Spagnolo giovedì 27 settembre. Dopo i dubbi manifestati dagli analisti di alcune investment bank, anche il Governatore della Banca di Spagna, Luis Maria Linde, e la Commissione Europea, seppure non in maniera ufficiale, hanno evidenziato come la stima Governativa di una contrazione dell’economia dello 0,5% nel 2013 possa essere troppo ottimistica. La maggior parte delle stime delle investment bank viaggiano tra il -1% ed il -2%, con Societè Generale che si spinge a stimare una contrazione del 2,3%. In questo scenario, per raggiungere l’obiettivo di un deficit/Pil del 4,5% potrebbero essere necessarie nuove manovre, che rischierebbero di fare diventare la recessione ancora più forte. Gli ultimi dati economici non hanno dato motivo di credere che gli analisti siano troppo pessimisti. La produzione industriale è scesa in agosto del 3,2% y/y, dodicesimo calo consecutivo, seppure meno delle attese di consensus di una contrazione del 5,5% y/y. Gli indici di fiducia PMI di settembre hanno evidenziato come una ripresa non sia vicina, rimanendo ben sotto la soglia di 50. Dubbi sono emersi anche sulla necessità di capitale delle banche. L’agenzia di rating Moody’s ha detto che le banche avrebbero bisogno di una ricapitalizzazione tra i 70 e i 105 miliardi di Euro contro i 59,3 stimati dalla società di consulenza Oliver Wyman.
Per quanto i rendimenti dei Governativi siano scesi rispetto ai massimi di agosto, difficilmente il paese potrebbe evitare di chiedere un aiuto all’Unione Europea. L’attuale livello dei rendimenti, infatti, è ancora insostenibile e potrebbe pesare sulla spesa per interessi, che si dovrebbe attestare a quasi 10 miliardi di Euro nel 2013. Tanto più che la crescita del rapporto debito/Pil sopra il 90% potrebbe avere un impatto negativo sulle prospettive di crescita del paese. Gli economisti Rogoff e Reinhart hanno, infatti, dimostrato come un debito superiore al 90% del Pil ha l’effetto di deprimere la crescita economica dell’1% rispetto alla media storica.